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	<title>SuperFlashBlog</title>
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	<description>Il blog di SuperFlash</description>
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		<title>La fauna urbana in una serie animata&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 14:10:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>arkivio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Digital entertainment]]></category>
		<category><![CDATA[animazione]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
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		<description><![CDATA[E’ necessario scomodare i pigmei o qualche gruppo di indios in amazzonia per fare una ricerca antropologica?
Basta guardarsi intorno nelle nostre città per trovare tutte le tribù più o meno primitive che vogliamo, con i loro usi, costumi, rituali ed anche clichè: perché alcuni ragazzi vestono in modo ipercolorato ed altri solo di nero? Cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ necessario scomodare i pigmei o qualche gruppo di indios in amazzonia per fare una ricerca antropologica?</p>
<p>Basta guardarsi intorno nelle nostre città per trovare tutte le tribù più o meno primitive che vogliamo, con i loro usi, costumi, rituali ed anche clichè: perché alcuni ragazzi vestono in modo ipercolorato ed altri solo di nero? Cosa spinge alcuni ad accompagnarsi a cani randagi ed altri a non lavarsi i capelli per mesi?</p>
<p>Una ricerca del British Council ha definito alcune di queste “tribù metropolitane”.<br />
A ciascuna tribù corrisponde un profilo, uno stile di vita di riferimento, che si riflette in tutto ciò che acquistano, in come parlano, nel modo che hanno di interagire con il resto della società.<br />
La serie <strong><a href="http://www.qoob.tv/urbanjungle">Urban Jungle</a></strong> intende quindi descrivere ironicamente alcune delle principali tipologie di personaggi che, dagli anni Sessanta a oggi, hanno popolato e popolano le nostre città.</p>
<p><strong>Ogni puntata della serie affronta un personaggio specifico (si va dall’hippy al metallaro, dal punk al grunge fino alla più recente corrente emo)</strong>, evidenziandone, insieme ai gusti musicali, caratteristiche comportamentali, preferenze nell’abbigliamento, abitudini sociali. Naturalmente, per ciascun soggetto si è cercato di enfatizzare quegli aspetti che lo rendono diverso dagli altri personaggi e perfettamente riconoscibile nella giungla urbana.</p>
<p><strong>Nel raccontare i personaggi, si è assunto il punto di vista dell’osservatore esterno, anzi, meglio, dell’entomologo che osserva con distacco scientifico</strong>. Coerentemente, la voce fuori campo descrive i personaggi come animali, o insetti, adottando il classico stile documentaristico dei cortometraggi della National Geographic o di <em>Quark</em>… giocando su questa trasposizione, per esempio, l’hippy è descritto come specie prevalentemente erbivora (…), mentre per il dark si è scritto che odia la luce, come i pipistrelli o le blatte.</p>
<p>Assumendo il punto di vista dell’osservatore esterno o dello scienziato, <strong>la descrizione si tiene in bilico tra verità scientifiche (quelle osservate e dimostrate) e supposizioni (leggende metropolitane, opinioni popolari</strong>, luoghi comuni o comportamenti indefiniti che, agli occhi della società non etichettata dalle mode rendono ciascun personaggio della serie un potenziale pericolo, o per lo meno un tipo da cui guardarsi, o semplicemente da criticare…). Le puntate, a tal proposito, si chiudono con un elenco di rimedi per affrontare o debellare ciascuna specie.</p>
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		<title>Il fenomeno social network</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 08:50:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio200</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[cellulare]]></category>
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		<description><![CDATA[Un social network è una applicazione Web, fruibile tramite un semplice browser, che permette alle persone di relazionarsi tra loro via messaggi.
Nel 2009, l’utilizzo di social network come Facebook e MSN è aumentato e ha coinvolto più di 19 milioni di utenti.
Sono cinque i social network più popolari: al fianco di Facebook e YouTube, i due più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un social network è una <strong>applicazione Web, fruibile tramite un semplice browser, che permette alle persone di relazionarsi</strong> tra loro via messaggi.</p>
<p>Nel 2009, l’utilizzo di social network come Facebook e MSN è aumentato e ha coinvolto più di <strong>19 milioni di utenti</strong>.</p>
<p>Sono <strong>cinque i social network più popolari</strong>: al fianco di Facebook e YouTube, i due più conosciuti ed utilizzati &#8211; rispettivamente dal 61,6% e dal 60,9% degli italiani &#8211; troviamo Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%).</p>
<p>I nuovi network del social Web aiutano ad ampliare i propri orizzonti e ad <strong>abbattere barriere geografiche e razziali</strong>.</p>
<p>I social network sono solo l&#8217;ennesimo esempio di come l&#8217;uomo utilizzi le tecnologie di comunicazione per ottenere vari tipi di interazioni da persone a distanze che prima non avremmo mai raggiunto.</p>
<p><!-- do nothing --><!-- fine TESTO --></p>
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		<title>Lucio Angelini intervista Giuseppe Genna sulla &#8220;non persona&#8221; Hitler</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 08:58:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lapeperini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Genna]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[
LUCIO: Mi preme un CHIARIMENTO: nella mia personale concezione della STORIA, ciò che mi atterrisce davvero non è tanto la periodica insorgenza di personalità trascinatrici più o meno forti o persino deliranti (e non me ne frega nulla di etichettarle persone o non persone), quanto il fatto che, puntualmente, milioni e milioni di altri individui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div><strong>LUCIO:</strong> Mi preme un CHIARIMENTO: nella mia personale concezione della STORIA, ciò che mi atterrisce davvero non è tanto la periodica insorgenza di personalità trascinatrici più o meno forti o persino deliranti (e non me ne frega nulla di etichettarle persone o non persone), quanto il fatto che, puntualmente, milioni e milioni di altri individui se ne lascino beotamente soggiogare. Certo, esiste un&#8217;attenuante: il sempre efficace ricatto del TERRORE. Ancora oggi bastano poche centinaia di malintenzionati disposti a tutto (a incendiarti il negozio, a scioglierti i figli nell&#8217;acido e via discorrendo) perché intere città di onesti cittadini si lascino passivamente tenere in scacco&#8230; Lì sta il busillis, secondo me, più che nella non-persona&#8230;</p>
<p><strong>GENNA:</strong> A me interessava la specificità metafisica di Hitler a partire dalla teologia della Shoah &#8211; è una prospettiva non unica, che chiama in<br />
correo gli scrittori, invitandoli a fornire altre prospettive rappresentative. Ciò che mi preme non è però me o il mio libro o la mia scrittura, ma il fatto che di Hitler la letteratura se ne è fregata. È la &#8220;cosa&#8221; che mi interessa. La domanda che ti farei, a partire dalle tue considerazioni, è: dunque non esiste nulla di specifico che distingue Hitler dagli altri carnefici della storia umana?</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> Dici che la letteratura se ne è fregata di Hitler. In realtà la letteratura sulla Shoah è amplissima: contano i milioni che hanno sofferto, appunto, e i milioni che hanno taciuto o assecondato. Il ruolo &#8220;Hitler&#8221; può essere interpretato da chiunque, magari su scala semplicemente famigliare (Olindo &amp; Rosa), se appena appena la luce della ragione, o del Superego, si spegne. L&#8217;importante è che aumenti il numero delle persone di buona volontà disposte a vigilare sulla volontà di dominio di certi singoli. Alla domanda se non esista nulla di specifico che distingua Hitler dagli altri carnefici della storia umana rispondo che, secondo me, di specifico ci sono soprattutto le condizioni storiche in cui egli ha potuto operare e l&#8217;ampiezza della fascinazione collettiva di cui ha potuto giovarsi. Il problema, ripeto, non è mai una singola NON PERSONA, che può ucciderne dieci, cento, due milioni (Pol Pot), sei milioni (Hitler), sedici milioni (Stalin), e via discorrendo, ma la capacità di controllo che INTERE MASSE di sedicenti PERSONE possono esercitare nei confronti dell&#8217;onnipresente tensione superomistica (sentirsi come Dio e bla bla bla)&#8230;</p>
<p><strong>GENNA:</strong> Questa a cui accenni è la posizione storicista: perché non è mai stato scritto un romanzo su Hitler in questa prospettiva? La nozione di &#8220;non-persona&#8221;, a mio parere, ha fondamenti e implica retoriche fastidiose (per esempio, la mimesi non identificativa rispetto a Hitler: l&#8217;utilizzo del kitsch desunto dalla cultura occidentale, cioè la maschera verbale dietro cui si nasconde il nulla). Per me il problema è che una specificità in Hitler c&#8217;è: nessun carnefice, prima, ha pensato di annichilire TOTALMENTE un popolo additandolo come &#8220;fuori dell&#8217;umano&#8221;. Ciò che Hitler porta con sé è una volontà di nulla che, come vedeva Fackenheim, è in linea con il percorso dell&#8217;Occidente. Sono due prospettive diverse: per te il carnefice diventa il contenitore proiettivo e il catalizzatore delle masse che si fanno esse stesse carnefici (Littell è perfetto in questo); a me, qui, interessava proprio quel catalizzatore, cioè cosa sia questo catalizzatore. E perché questo catalizzatore, in forma di Mito del Male (nozione peraltro metafisica), è questo catalizzatore e non un altro (penso a Mann che si attendeva l&#8217;Olocausto, ma in Francia). Le masse si muovono, lui è storicamente congelato. Studiarlo è impressionante: le stesse parole sempre, sempre le stesse formule, dall&#8217;inizio alla fine, mai l&#8217;amore, l&#8217;empatia. Questo trapassa: il mondo, oggi, è per me espressione di una vittoria postuma di Hitler. Ma è UNA prospettiva, che non si pretende assoluta e unica. Il problema mi slitta dunque sul piano retorico. Eliminata la soluzione mitologica (poiché l&#8217;uso di Fenrir è consapevolmente ironico: non c&#8217;è il Ragnarok, non c&#8217;è il Grande Inquisitore, non c&#8217;è il Demone che invade Hitler: c&#8217;è la parodia di tutto questo, Fenrir è parodistico), io ho provato la mimesi, che di solito porta all&#8217;identificazione tra lettore e personaggio. Quindi, per me, ma solo per me, il risultato si misura su questo: Hitler esce accresciuto o no dal libro? Ne esce mitologizzato? Oppure è diminuito? Non è questione estetica, è questione retorica, cioè psichica, che è ciò che ho tentato tra molti tentativi che si potevano fare&#8230;</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> Domandi: &#8220;Perché non è mai stato scritto un romanzo su Hitler in questa prospettiva?&#8221;. In realtà, romanzi con Hitler sullo sfondo ce ne sono eccome, ma trattandosi di personaggio storico recente, poco si presta alla fictionizzazione. C&#8217;è ben poco da favoleggiare su certi personaggi. Meglio accumulare saggi o testimonianze o DOCUMENTI REALI per qualche decennio ancora. Dici, inoltre, che nessun carnefice, prima di lui, ha pensato di annichilire TOTALMENTE un popolo additandolo come &#8220;fuori dell&#8217;umano&#8221;. Ti ricordo che da sempre la tecnica del CAPRO ESPIATORIO consiste proprio nel porre fuori dall&#8217;umano o dalla collettività &#8221;buona&#8221; il portatore (individuale o collettivo) del Male. Nel Cacciatore di Aquiloni, per fare un esempio letterario recente, il ragazzo hazara non deve contaminare il suo amico afgano pashtun&#8230;  Affermi che Hitler porta con sé una volontà di nulla. Più che di nulla, a me risulta che portasse con sé una volontà pangermanistica. Quanto alle masse che si fanno esse stesse carnefici, per par condicio, avresti dovuto chiamarle non-masse&#8230; Non sono d&#8217;accordo, infine, nel definire il mondo di oggi &#8220;espressione di una  vittoria postuma di Hitler&#8221;. Il mondo, secondo me, evolve molto lentamente e in maniera non sempre lineare. Spesso, anzi, involve&#8230; Sull&#8217;uso &#8220;consapevolmente ironico&#8221; o &#8220;parodistico&#8221; di Fenrir nei 5 post che ho dedicato al tuo libro nel blog &#8220;Cazzeggi Letterari&#8221; , aggiungo che, se di ironia si tratta, mi pare la colga solo tu. La scelta che balza agli occhi di tutti è quella di un registro pericolosamente epico-alto e nient&#8217;affatto ironico. Mi chiedi, infine, se a mio parere Hitler esca accresciuto o mitologizzato. Ebbene, direi proprio di sì&#8230; anche se la sua storia ha una morale positiva. Insegna, come da proverbio, che &#8220;chi troppo vuole, alla fine nulla stringe&#8221;.</p>
<p><strong>GENNA:</strong> «Ecco, queste sono legittimissime opinioni circa il testo. Non è vero che la parodizzazione della spiegazione mitologica la colgo solo io: altri lettori la colgono o l&#8217;hanno intercettata. Se il Lupo deputato all&#8217;Apocalisse non entra o invade o riempie di male il bambino Hitler, ma dice che si riempirà di lui, questo rovesciamento non può non essere parodistico, ma proprio secondo leggi retoriche.</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> Mi pare che l&#8217;ex bambino Hitler si riempia di male comunque, se non erro&#8230;</p>
<p><strong>GENNA:</strong> La retorica epico-alta è esattamente la maschera enfatica del nulla che abolisce l&#8217;empatia. Ciò che accadeva nei discorsi, che molti tacciarono come &#8220;ipnotici&#8221;, di Hitler stesso. Essa spezza l&#8217;empatia e la sostituisce con il condizionamento. Per questo, per andare in mimesi, ho utilizzato una resistenza interna, che sono le ripetizioni che stancano, che annoiano. Comunque, se non è còlto, non è còlto.</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> Da che mondo è mondo, l&#8217;assassino se ne impipa dell&#8217;assassinato. La storia del rimorso o della pietà per le vittime è una vecchia panzana. Guarda con che empatia le autorità cinesi seguono attualmente la lotta dei tibetani&#8230;</p>
<p><strong>GENNA:</strong> Altra cosa. Tu vedi Hitler mitizzato, altri lettori lo vedono come un cretino, a parte i dieci anni di geniale andreottismo parlamentare.</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> Ma quale cretino! Parlerei piuttosto di &#8220;lucida e organizzatissima follia&#8221;.</p>
<p><strong>GENNA:</strong> Le reazioni al libro sono molto diverse, a dire il vero. Gran parte dei lettori che mi hanno contattato via mail o che ho sentito dal vivo non hanno ricavato la percezione tua o di Bonura o di Andrea o di D&#8217;Orrico. Sulle non-masse: la non-persona non è una nozione esportabile così, sul piano quantitativo. Ripeto: il tuo piano di lettura è storicistico, e io mi auguro che escano romanzi che impegnano questa prospettiva; il piano intenzionale mio è metafisico&#8230;</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> A tratti anche patafisico&#8230;</p>
<p><strong>GENNA:</strong> &#8230;ma non mi aspetto, qui e ora, che si realizzi cosa sia la metafisica, prassi interiore che è stata tradita dal decadimento dell&#8217;interpretazione e dalla cristallizzazione interpretativa, da Kant in poi. Ti dico, Lucio: le due posizioni sono diverse, e come non c&#8217;è oggettività in ciò che intendo, così non c&#8217;è oggettività in ciò che percepisci.</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> Che non ci sia oggettività in ciò che percepisco va senza dire.</p>
<p><strong>GENNA:</strong> Autore e lettore si spartiscono la responsabilità dell&#8217;atto di abbraccio testuale, a mio modo di vedere. Poi il tempo dirà se un libro aveva o meno una capacità veritativa.</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> Diamo, dunque, tempo al tempo. A proposito, posso riportare questa chiacchierata chiarificatrice nel mio blog? Se ti secca, non fa niente.</p>
<p><strong>GENNA:</strong> Lucio, a me va bene &#8211; ma se tieni il tono serio delle osservazioni che mi hai fatto e non mi fai le battute tipo &#8220;metafisica/patafisica&#8221;. È esattamente ciò che mi è sembrato tremendo del pezzo di D&#8217;Orrico. Si parla di Hitler: la tua posizione è fondatissima, assai supportata da molta storiografia e hitlerologia, io credo che sia utile fare vedere i limiti del libro ed esprimere dissenso. Credo tuttavia che lo si debba fare in modo serio, dato l&#8217;argomento, dati i milioni di morti. Circa l&#8217;empatia: io credo che il fatto che Hitler per primo abbia concepito la Bomba e gli americani l&#8217;abbiano tirata abbia fatto compiere alla nostra specie un salto ontologico. Un conto è l&#8217;empatia tra carnefice e vittima, un altro è toccare gli assoluti di quella che Heidegger chiamava &#8220;metafisica della tecnica&#8221; (ciò valga anche per la fordizzazione dello sterminio nei campi). Sui tibetani, mi sorprende la tua posizione rispetto a questo: stiamo parlando di una tradizione metafisica che va a evaporare. A mio parere è proprio la malattia dell&#8217;Occidente: non si capisce più cosa sia l&#8217;attività metafisica, la si elimina, si pensa sia filosofia. Perfino Heidegger, a mio parere, sebbene parli correttamente dal punto di vista della tradizione filosofica moderna di metafisica, non coglie il punto: la metafisica è una prassi operativa interiore, che può appoggiarsi a simboli o meno. Quando la politica si innerva nella metafisica, succede un disastro &#8211; sempre. Ma il discorso sarebbe davvero lungo, come immagini.</p>
<p><strong>LUCIO:</strong> Sostieni che la bomba abbia fatto compiere un salto ontologico alla nostra specie. A me, a dire il vero, sembra più convincente la visione di Quasimodo: &#8220;Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo&#8230;T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta&#8230;&#8221; &#8230; Ma la poesia di Quasimodo, per fortuna, è meno disperante di quanto i primi versi non lascino immaginare, perché contiene un importante invito finale: &#8220;DIMENTICATE, O FIGLI, LE NUVOLE DI SANGUE, DIMENTICATE I PADRI&#8221;. Ecco, vorrei esprimere, se posso, lo stesso augurio: che le nuove generazioni imparino davvero a dimenticare i padri e le loro tragiche nuvole di sangue; e inizino a &#8220;persuadere&#8221; la scienza esatta non più allo sterminio, ma a un progressivo addolcimento dei costumi e delle condizioni dell&#8217;umana convivenza&#8230;</div>
</div>
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		<title>Wu Ming 1 come Cristoforo Colombo</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 15:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lapeperini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Cristoforo Colombo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[new italian epic]]></category>
		<category><![CDATA[Q]]></category>
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		<description><![CDATA[Cristoforo Colombo non inventò l&#8217;America: la scoprì. Come dire che c&#8217;era anche prima che lui ci arrivasse. Semplicemente in Europa non si sapeva della sua esistenza. Allo stesso modo Wu Ming 1 non ha inventato il NIE (New Italian Epic). C&#8217;era anche prima che lui ci incollasse sopra l&#8217;anglofila etichetta. Semplicemente nessuno ci aveva fatto caso [nemmeno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cristoforo Colombo non inventò l&#8217;America: la scoprì</strong>. Come dire che c&#8217;era anche prima che lui ci arrivasse. Semplicemente in Europa non si sapeva della sua esistenza. <strong>Allo stesso modo Wu Ming 1 non ha inventato il NIE (New Italian Epic)</strong>. C&#8217;era anche prima che lui ci incollasse sopra l&#8217;anglofila etichetta. Semplicemente nessuno ci aveva fatto caso [nemmeno i quotidiani "La Repubblica" e "L'Unità", ma allertarli non sarebbe stato un problema, n.d.r.]. O per lo meno così si sostiene in <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/WM1_saggio_sul_new_italian_epic.pdf">questo saggio</a>&#8230;</p>
<div>
<p>Un giorno, passando davanti allo specchio, Wu Ming 1 osservò: &#8221;Cazzarola, &#8217;sto Q (ui) ci ha proprio un aspetto niù epic, l´Italia non deve far altro che accorgersene!&#8221;.</p>
<p>Un giro di telefonate agli amici Lipperini, Lucarelli, Evangelisti, De Michele, Giuseppe Genna con la consegna &#8220;FIAT NOVUM ITALICUM EPOS!&#8221;&#8230; et novum italicum epos fuit.</p>
<p>Insomma, se nel romanzo &#8221;Il nome della rosa&#8221; Umberto Eco aveva asserito &#8221;Stat rosa pristina nomine&#8221;, Wu Ming 1 non aveva voluto essere da meno: &#8220;<strong>Stat novum italicum epos pristinum nomine</strong>&#8220;.</p>
<p>Lucio Angelini pensò a uno scherzo: <a href="http://lucioangelini.splinder.com/post/16883086">http://lucioangelini.splinder.com/post/16883086</a></p>
<p>Provò a parlarne con la Lipperini in Lipperatura, ma la Lipperini, dopo essersi trasfigurata come la maga Alcina dell&#8217;Ariosto, lo defenestrò brutalmente. [Wu Ming1 per la Lipperini è come L. Ron Hubbard per un adepto di Scientology, n.d.r.].</p>
<p>[LIPPERINI 1:</p>
<p>Di persona era tanto ben formata,<br />
quanto me' finger san pittori industri;<br />
con bionda chioma lunga ed annodata:<br />
oro non è che più risplenda e lustri.<br />
Spargeasi per la guancia delicata<br />
misto color di rose e di ligustri;<br />
di terso avorio era la fronte lieta,<br />
che lo spazio finia con giusta meta...</p>
<p>LIPPERINI 2</p>
<p>Pallido, crespo e macilente avea<br />
Loredana il viso, il crin raro e canuto,<br />
sua statura a sei palmi non giungea:<br />
ogni dente di bocca era caduto;<br />
che più d'Ecuba e più de la Cumea,<br />
ed avea più d'ogn'altra mai vivuto.<br />
Ma sì l'arti usa al nostro tempo ignote,<br />
che bella e giovanetta parer puote.<br />
Giovane e bella ella si fa con arte,<br />
si che molti ingannò come Angelini;<br />
ma la New Epic venne a interpretar le carte<br />
che già molti anni avean celato il vero.]</p>
<p>Angelini si appellò a <strong>Giuseppe Genna, che scoppiò in una risata irrefrenabile</strong>:</p>
<p>&#8220;Ma Lucio!!! Ancora credi che esista una giornalista che si chiama Loredana Lipperini? Suvvia, tu che sei esperto nello smascherare le sublimi beffe di LB! Lipperini non esiste, è un bot programmato, le foto sono tratte dalla vita della ministra dell&#8217;agricoltura della Repubblica Slovacca! È sublime e geniale! Non avertene, chiunque di noi è incappato in una delle beffe di LB che tu sveli con ardita consapevolezza! E sottolineo &#8216;ardita&#8217;! No jo dire ar Dita, che s&#8217;ammoscia, dài&#8230; &#8220;.</p>
<p>Angelini scosse tristemente il capo: &#8220;Non esiste! Non esiste!&#8221;, ripeteva.</p>
<p>Allora Wu Ming 1 lo prese per un orecchio e gli gridò: &#8220;Non esiste sta wu-minghia! Non esiste ciò che esiste, vorrai dire, mo esiste ben ciò di cui si parla, soc&#8217;mel!&#8221;.</p>
<p>Angelini pensò al signor Imparziale, che in un commento su Lipperatura aveva osservato:</p>
<p>&#8220;Ho seguito il dibattito e penso di aver individuato due scuole di pensiero: secondo la prima Wu Ming 1 ha fatto bene a marcare un territorio in cui avrebbero pisciato lui e un’altra dozzina di autori accomunati da otto evidenti segni caratteristici (in realtà non così evidenti e per giunta già ampiamente presenti nella letteratura di tutte le epoche); secondo altri pensatori il recente saggio di Wu Ming 1 tradirebbe sostanzialmente una forte nostalgia per le storiche beffe mediatiche giocate dai Luther Blissett al tempo in cui erano ancora bamboccioni ante litteram (”Spargiamo in giro la voce che ’sta cosa esiste e vediamo quanti pecoroni ci vengono dietro”): <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/04/23/new-italian-epic/#comments">http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/04/23/new-italian-epic/#comments</a></p>
<p>&#8220;La seconda che hai detto!&#8221;, singhiozzò, pigolando sempre più piano.</p></div>
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		<title>Il Giovane Holden si laurea e parte per l&#8217;Alaska</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 14:35:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lapeperini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Into the wild]]></category>

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		<description><![CDATA[Uffa. Dopo tutto quello che ho letto sui pericoli dell&#8217;immedesimazione, cui andrebbe senz&#8217;altro preferito un sano e sociologicamente più utile straniamento (= evitare che le proprie percezioni e sentimenti di spettatore si uniformino a quelle dei personaggi in scena; sollevarsi, invece, a una visione il più possibile critica delle situazioni drammatiche rappresentate, razionalizzando sentimenti e fenomeni sociali) vado a vedere Into The Wild, l&#8217;ultima fatica di Sean Penn, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uffa. Dopo tutto quello che ho letto sui pericoli dell&#8217;<strong>immedesimazione</strong>, cui andrebbe senz&#8217;altro preferito un sano e sociologicamente più utile <strong>straniamento</strong> (= evitare che le proprie percezioni e sentimenti di spettatore si uniformino a quelle dei personaggi in scena; sollevarsi, invece, a una visione il più possibile critica delle situazioni drammatiche rappresentate, razionalizzando sentimenti e fenomeni sociali) vado a vedere <em>Into The Wild</em>, l&#8217;ultima fatica di Sean Penn, e che mi capita?<br />
Che mi calo a poco a poco, anzi sprofondo di brutto e senza ombra di tentennamento nel personaggio di <strong>Christopher McCandless, </strong> brucio con lui soldi e documenti e mi costruisco un&#8217; identità nuova di zecca, quella di <strong>Alexander Supertramp</strong>.</p>
<p>Non ancora contento, spazio con Alexander Supervagabondo dall&#8217;Arizona al Pacifico, affronto in kajak le rapide del Colorado e punto impavido verso l&#8217;Alaska&#8230; finché le luci in sala non si accendono e mi ritrovo con i lucciconi agli occhi come e peggio di una sartina, con buona pace dei formalisti russi, di Bertold Brecht e di tutti quegli altri fottuti anti-immedesimazionisti.</p>
<p>Scherzi a parte, il film mi ha emozionato profondamente e ve lo raccomando. Certo, come ha osservato <strong>Stefano Lo Verme</strong>, &#8220;il film di Penn può risultare a tratti magari un po’ programmatico (hippie simpatici, borghesi antipatici), e il messaggio proposto rischia forse di apparire quasi ingenuo nel suo assoluto radicalismo&#8221; (<a href="http://filmedvd.dvd.it/drammatico/into-the-wild/">http://filmedvd.dvd.it/drammatico/into-the-wild</a>)ma, incalza ancora Lo Verme, &#8220;il regista rifiuta facili soluzioni e si dimostra abilissimo nel <strong>coinvolgere</strong> lo spettatore <em>[ahi ahi, immedesimazionista pure lui!, n.d.r.] </em>nelle vicende narrate, grazie anche alla colonna sonora composta da <strong>Eddie Vedder</strong> (in cui le canzoni contribuiscono a sottolineare gli stati d’animo del protagonista) e soprattutto all’intensa interpretazione del giovane Hirsch, spalleggiato da un cast di ottimi comprimari. I momenti commoventi non mancano di certo; e il finale, drammatico e <strong>devastante</strong>, è di quelli che lasciano il segno&#8221;.</p>
<p>Pensavo, peraltro, di essere stato l&#8217;unico ad aver accostato mentalmente il giovane Supertramp del film (e del romanzo di <a title="Jon Krakauer" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jon_Krakauer">Jon Krakauer</a><strong> </strong><a title="Nelle terre estreme" href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Nelle_terre_estreme&amp;action=edit"><em>Nelle terre estreme</em></a><em> </em>da cui è tratto) al <strong>giovane Holden</strong> di Salinger, ma, dopo una rapida ricerca in Google, ho scoperto che il 3 febbraio l&#8217;aveva già fatto un altro blogger qui: <a href="http://tommypynchblog.splinder.com/post/15785060">http://tommypynchblog.splinder.com/post/15785060</a> &#8211; tanto da intitolare il proprio post &#8220;THE CATCHER IN THE WILD&#8221; [= fusione di <em>The Catcher in the Rye</em>, titolo originale de <em>Il giovane Holden</em>, con <em>Into the Wild</em>].</p>
<p>Il giovane Holden, a dire il vero, progetta la fuga dopo essere stato espulso da Pencey per <strong>basso rendimento in tutte le materie</strong>, mentre l&#8217;eroe del film prima si <strong>laurea a pieni voti</strong> e solo dopo decide di intraprendere un <strong>iniziatico</strong> viaggio verso la natura selvaggia, dando un taglio a ipocrisie e convenzioni sociali. Tutti e due hanno un&#8217;importante sorellina (mitica quella di Holden Caulfield, la piccola Phoebe) e un rapporto conflittuale con gli adulti, ma Holden torna sui suoi passi e opta per la ripresa degli studi, mentre Alexander Supertramp fugge davvero e lascia per due interi anni i genitori senza notizie di sé.</p>
<p>Leggiamo (in <a href="http://it.movies.yahoo.com/i/into-the-wild/recensioni-175370.html">http://it.movies.yahoo.com/i/into-the-wild/recensioni-175370.html</a>): &#8220;Nonostante il piacere iniziale e la gioia di una libertà senza limiti, una nota stonata, sfocata, non meglio definita, compare a ogni passo durante i quattro lunghi mesi di Chris in mezzo alle nevi; nota che si delinea via via nei flashback, ma senza didascalismi, con una leggerezza di tocco davvero sorprendente. È il lento riconoscimento di Chris dell&#8217; <strong>impossibilità di darsi la felicità da solo</strong>, la tremenda consapevolezza che tutta la libertà di cui può godere nell&#8217;immensa solitudine dell&#8217;incontaminato non regge il confronto con la concreta verità di un rapporto umano. Sia esso il rapporto con la sorella, con un improvvisato datore di lavoro, con una coppia di antesignani hippy, o con un padre che ha sempre desiderato ma che non ha mai veramente avuto: &#8216;<strong>La</strong> <strong>felicità è reale solo quando condivisa&#8217;</strong>, arriverà a scrivere, quasi come un epitaffio, sul suo sgangherato furgone.&#8221;</p>
<p>Similmente Tommy Pinch: &#8220;Alexander Supertramp scrive, alla fine del suo diario, in punto di morte, quella che è la rivelazione più importante del suo viaggio spirituale nelle vene dell&#8217;America selvaggia: <strong>che la felicità è reale solo se condivisa</strong>.&#8221;</p>
<p>E <strong>Mauro Gervasini</strong> su <strong>Carmilla</strong> (<a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002532.html">http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002532.html</a>): &#8220;La parabola di Alex Supertramp assume dunque un valore in questa prospettiva: l&#8217;immersione nella natura e il raggiungimento dei propri limiti per una piena coscienza di sé, hanno senso solo se anche gli &#8216;altri&#8217; fanno parte del contesto con il quale interagire. Altrimenti si rischia di restare schiacciati da una diversa forma di egoismo, non &#8216;migliore&#8217; di quella dalla quale si scappa&#8221;.</p>
<p>Parlavo, prima, di viaggio <strong>iniziatico</strong>. Come dimenticare, a questo proposito, le parole di <strong>Tiziano Scarpa</strong> riportate nel post di sabato 9 febbraio scorso?: &#8220;Tu racconti il trauma di coloro che hanno subito la sottrazione del trauma&#8230;! Il principe ha una vita durissima, un’infanzia tristissima, in cui <strong>nessuno gli eroga più il simbolico</strong>! Ce la deve fare lo stesso, la sua <strong>prova iniziatica</strong> è l’assenza di <strong>prove iniziatiche</strong>! Deve crescere in un mondo in cui la crescita è demandata tutta all’educazione, e non all’iniziazione&#8230;&#8221;.</p>
<p>Ecco, volevo aggiungere che il film <em>Into the wild</em>, invece, racconta la tragica storia di un giovane che il <strong>simbolico</strong> e la <strong>prova iniziatica</strong> decide di erogarseli da sé&#8230;</p>
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		<title>Il simbolo perduto di Dan Brown</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 11:01:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SalvatoreV</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dan Brown]]></category>
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		<description><![CDATA[Dan Brown è uno scrittore eccezionale, letteralmente, e si distingue molto dagli altri autori.
E&#8217; diventato famoso con Il codice Da Vinci, un romanzo che personalmente non ritengo il migliore tra i suoi, anche se ha inaugurato un genere subito imitato da moltissimi altri.
Con Il codice Da Vinci e con Angeli e Demoni poi (o prima, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dan Brown è uno scrittore eccezionale, letteralmente, e si distingue molto dagli altri autori.<br />
E&#8217; diventato famoso con <em>Il codice Da Vinci</em>, un romanzo che personalmente non ritengo il migliore tra i suoi, anche se ha inaugurato un genere subito imitato da moltissimi altri.</p>
<p>Con <em>Il codice Da Vinci</em> e con <em>Angeli e Demoni</em> poi (o prima, visto che che stato scritto prima, anche se pubblicato in Italia successivamente) <strong>riempie i suoi romanzi di citazioni religiose (cristiane, ebraiche e molte altre), senza parlare di religioni in senso stretto</strong>, ma delle loro storie, dei loro riti, dei loro rapporti con il mondo laico e scentifico.</p>
<p>In questo nuovo romanzo, veramente bello, ritroviamo questo legame con la religione come parte della storia dell&#8217;uomo, anche se <strong>il libro approfondisce un&#8217;altra società, forse altrettanto famosa e misteriosa: la massoneria</strong>.</p>
<p>In un romanzo avvincente, interessante, dinamico ci propone una storia di indagine e ricerca storica &#8211; e, dove il racconto lo richiede, ci spiega cosa è la massoneria, quali sono i suoi riti, dove è travisato il suo scopo.<br />
I racconti di Brown sono sempre originali, diversi, e questo è particolarmente approfondito. E&#8217; senz&#8217;altro costruito su un attenta ricerca storica e artistica, piena di curiosità.<br />
Il modo migliore di leggere questo romanzo sarebbe con una postazione Internet davanti, per verificare le cose incredibili che cita Dan Brown&#8230; e verificare in un attimo che è tutto vero. I luoghi, i dipinti, i particolari, le leggende, sono tutte documentate e facilmente rintracciabili.</p>
<p><strong>La storia è appassionante &#8211; con colpo di scena quasi sul finale &#8211; e abbastanza intricata, tanto da farti sospettare di tutti.<br />
</strong>Ma la fine della storia non è la fine del libro, perchè Dan Brown ha voluto continuare &#8211; dopo che la soluzione del romanzo era ormai scritta &#8211; per aggiungere molte pagine e finire di spiegare i quesiti aperti: la massoneria, la città di Washington e i misteri dei suoi monumenti.</p>
<p>La capacità eccezionale di Dan Brown non è tanto nell&#8217;elaborazione della storia che racconta (in cui è, comunque, molto bravo), ma nello schema fisso con cui costruisce i suoi romanzi.<br />
Come può capire chi ha già letto i suoi lavori, <strong>i romanzi di Dan Brown sono costruiti con uno schema molto funzionale fatto di capitoli molto brevi</strong>, ma che finiscono sempre con un&#8217;attesa che costringe ad andare a leggere il successivo.<br />
Inoltre lo svolgimento dell&#8217;azione è in due luoghi o punti di vista differenti, per cui il capitolo successivo non sempre è il prosieguo di quello precedente, ma risolve un quesito di uno o due capitoli indietro. E&#8217; un meccanismo che appassiona rende difficile non terminare il romanzo in poco tempo .</p>
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		<title>Facebook?! Io sono uno dei pochi sopravvissuti</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 15:54:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fresco86</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Solo due parole per descrivere un portale che sta trasformando l&#8217;intero sistema interattivo&#8230; ormai ci sono tutti: ricchi, poveri, belli, brutti, intellettuali, ignoranti&#8230; proprio tutti.
E&#8217; diventata una malattia più che una mania. C&#8217;è&#8217; gente che ci passa intere giornate trascurando chi il lavoro, chi lo studio, chi addirittura la famiglia e gli affetti.
Ma la vogliamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo due parole per descrivere un portale che sta trasformando l&#8217;intero sistema interattivo&#8230; ormai ci sono tutti: ricchi, poveri, belli, brutti, intellettuali, ignoranti&#8230; proprio tutti.</p>
<p>E&#8217; diventata una malattia più che una mania. <strong>C&#8217;è&#8217; gente che ci passa intere giornate trascurando chi il lavoro, chi lo studio, chi addirittura la famiglia e gli affetti</strong>.</p>
<p>Ma la vogliamo smettere?!?!!?</p>
<p>Io sono uno dei pochi (ma veramente pochi) che di perdere tempo e soprattutto di sapere i fatti della gente non ne ha proprio voglia&#8230; avete fatto arricchire un tizio che nella vita non sapeva far altro che spettegolare e ora l&#8217;abbiamo fatto diventare un eroe, un dio, facendo arrivare il suo portale (di spettegolezzi e spiatine) ai vertici dell&#8217;Olimpo dei portali.</p>
<p>Vergognamoci&#8230; ma dico io: <strong>come si fa ad accettare il fatto che la privacy è zero???</strong></p>
<p>Bah&#8230; ripeto: vado contro la massa&#8230; sono uno dei pochi sopravvissuti.</p>
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		<title>Grosso Editore</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 08:22:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lapeperini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutti dicono che pubblicare è difficile, che gli editori sono schizzinosi, che ci sono più scrittori che lettori o, se mi consentite la metafora, &#8220;più santi che nicchie&#8221;.
E allora spiegatemi perché, per me, le cose sono state così facili: non faccio in tempo a completare la mia prima &#8220;fatica letteraria&#8221; (Come farsi pubblicare al primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti dicono che <strong>pubblicare è difficile</strong>, che gli editori sono schizzinosi, che <strong>ci sono più scrittori che lettori o, se mi consentite la metafora, &#8220;più santi che nicchie&#8221;</strong>.</p>
<p>E allora spiegatemi perché, per me, le cose sono state così facili: non faccio in tempo a completare la mia prima &#8220;fatica letteraria&#8221; (<em>Come farsi pubblicare al primo colpo da un grosso editore</em>) che subito ricevo una proposta di pubblicazione da un grosso editore.</p>
<p>Sarà solo fortuna o magari anche genio?</p>
<p><strong>C&#8217;è chi deve aspettare decenni prima di trovare uno straccio di editore</strong>. Io invece, al mio primo tentativo, ho subito trovato un grosso editore.</p>
<p>Vi pare poco? Correte, dunque, festosi ad acquistare il mio primo lavoro.</p>
<p>Si intitola <em>Come farsi pubblicare al primo colpo da un grosso editore</em>, Grosso Editore.</p>
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		<title>Nascere da un uovo di cigno</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 14:35:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lapeperini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andersem]]></category>
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		<category><![CDATA[Solo un violinista ambulante]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dice: “Mi piacciono le fiabe di Andersen”, e tutti colgono il messaggio. Se, invece, dicesse: “Mi piacciono i romanzi di Andersen”, ecco che le orecchie dell’interlocutore si rizzerebbero di colpo. Romanzi? Quali romanzi?
Be’, i sei che, appunto, Andersen scrisse. Fu, anzi, proprio con un romanzo, che il figlio del calzolaio di Odense, trapiantatosi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dice: “Mi piacciono le fiabe di Andersen”, e tutti colgono il messaggio. Se, invece, dicesse: “Mi piacciono i romanzi di Andersen”, ecco che le orecchie dell’interlocutore si rizzerebbero di colpo. <strong>Romanzi? Quali romanzi?</strong></p>
<p>Be’, i sei che, appunto, Andersen scrisse. Fu, anzi, proprio con un romanzo, che il figlio del calzolaio di Odense, trapiantatosi a Copenaghen all’età di 14 anni a mezzo di un’intrepida iniziativa personale (una sorta di “fuga” autorizzata dalla madre, previa adeguata consultazione di una veggente), cominciò a dare solidità al proprio nome: “L’improvvisatore”, di ambientazione italiana (Roma, Napoli, Venezia), pubblicato nel 1835.<br />
L’anno dopo seguí <em>O.T.</em> (un titolo che agli internauti di oggi, e in particolare ai frequentatori di newsgroup, farà venire in mente, piú che il riformatorio di Odense, l’acrostico di Off Topic). <strong>Nel 1837, l’anno dopo ancora, uscí, infine, <em>Solo un violinista ambulante</em>, </strong>e il successo fu grande, in Danimarca e fuori, con particolare riferimento alla Germania, ma con altrettanto particolare esclusione dell’Italia, dove il romanzo, vai a capire perché, venne tradotto una sola volta, nel 1879 , e poi dimenticato.<br />
Per il successo italiano, che a un’opera di cosí forte impatto non mancherà di certo, si sono dovuti aspettare nientemeno che il <strong>Bicentenario della Nascita dell’autore (2 aprile 2005),</strong> l’insistenza di chi scrive e il coraggio di Thomas Fazi.<br />
<strong>Le succitate tre opere, veri romanzi d’antan, con tanto di coincidenze, avventure, melodramma, scavo dei personaggi, collocazione al confine tra romanticismo e realismo, costituiscono una sorta di trilogia dedicata alla rappresentazione della “vita in Italia” </strong>(un argomento prediletto da pittori e scrittori dal periodo romantico in poi) e della “vita in Danimarca “. Di altro tenore gli altri tre, usciti, rispettivamente, nel 1848 (<em>Le due baronesse</em>), nel 1857 (<em>Essere o non essere</em>) e nel 1870 (<em>Il fortunato Peer</em>).<br />
A dire il vero, c’è chi considera un romanzo, anzi “il primo romanzo di Andersen” (uscí nel gennaio del 1829), anche lo stravagante arabesco letterario <em>Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829</em> [pubblicato in Italia nel 1987 con il titolo <em>Passeggiata nella notte di Capodanno</em>, Lubrina Editore, Bergamo, trad. a cura di Anna Cambieri], di cui ci piace riportare l’incipit:</p>
<p>“La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerí il pensiero peccaminoso di diventare scrittore…”</p>
<p>Bicentenario a parte, trovo davvero stimolante il repêchage di un romanzo della prima metà dell’Ottocento cosí perfettamente archetipico, dopo la pletora di “immersioni totali nello sfascio/fascino dell’Occidente”, raccontate fino alla noia nelle opere letterarie degli ultimi anni (un nome e un nume fra tutti: David Forster Wallace).<br />
<strong>Il fascino dei romanzi dell’Ottocento, e di questo in particolare, sta esattamente nel proporre storie in cui “tutto si tiene”, ovvero in cui ogni dettaglio ha un proprio preciso posto all’interno di un’ORDINATA economia narrativa. </strong>Chi scrive un romanzo, infatti, può perseguire essenzialmente due scopi:</p>
<p>– mimare, attraverso la scrittura, campioni di realtà piú o meno rappresentativi/interpretativi della stessa;<br />
– tentare di esorcizzare la realtà nel suo aspetto forse piú inquietante: l’apparente (o effettivo) DISORDINE con cui spesso essa risulta procedere. In tal caso la vita romanzesca finge solo apparentemente di rappresentare la vita vera, intendendo soprattutto consolarsene.</p>
<p>Chi non ha mai nutrito il sospetto che, nelle nostre vite, certi fatti accadano invano, o che certi incontri inizialmente esaltanti non lascino poi la traccia che si vorrebbe, o che certi faticosi sforzi finiscano in fumo, o che l’economia complessiva delle nostre vite risulti tutt’altro che ben congegnata e consequenziale? A volte si ha piuttosto l’impressione che la realtà sia una sorta di puzzle in cui nessun pezzo si incastri in nessun altro, o che il succedersi degli eventi si sbandi senza alcun disegno accettabile. <strong>In un romanzo ben architettato, invece, personaggi e oggetti hanno ruoli e funzioni precisissime</strong>. Si è mai letto, per esempio, un qualche giallo in cui il colpevole del delitto attorno a cui la narrazione ruota rimanga inidentificato? Tutto in ordine, invece, tutto perfettamente ricostruito e svelato. L’illuminante opera del detective assicura che nessun dettaglio può mai restare davvero ingiustificato.</p>
<p>Anche in <em>Solo un violinista ambulante</em> [ma il titolo scelto da Fazi editore è semplicemente <em>Il violinista</em>] tutto si tiene. <strong>Non ci sono centinaia di personaggi sottoposti a un’inarrestabile entropia, ma appena una manciata, e il destino li lega cosí saldamente tra loro che dovunque essi vadano, </strong>foss’anche in capo al mondo, tutti re-incontrano tutti, in una sorta di continuo carrambachesorpresa!, e sono condannati a interagire fino alla fine. Mica come nella vita vera (o in quella dei romanzi moderni), in cui la gente si passa accanto, ha qualche rarefatto scambio e poi tanti saluti, ognuno per la sua strada. In <em>Solo un violinista ambulante</em>, una volta che un bimbetto di pochi anni sia rimasto favorevolmente impressionato dalla nipotina del vicino di casa, l’amerà perdutamente per tutto il resto della sua vita. Senza contare che, in questo tipo di narrazioni, sani antidoti alla noia e alla lentezza del quotidiano, succedevano cose mica da poco: incendi di case, suicidi, assassini, fughe con cavallerizzi del circo, attacchi convulsivi, guarigioni miracolistiche…</p>
<p>Da un lato Andersen afferma (in una delle sue frequenti intrusioni come Voce Narrante) che in questa vita “si fanno delle conoscenze, si acquistano degli amici che si lasciano tra le lacrime, provando amarezza al pensiero di non doverli ritrovare mai piú” (cap. VI, parte II). <strong>Dall’altro, per i suoi personaggi, non c’è mai verso di potersi effettivamente separare dalle conoscenze via via acquisite. </strong>Hai voglia tu a cercare di liberarti dall’ossessione del passato! Ne sa qualcosa il giovane barone Otto Thostrup, il protagonista di <em>O.T.</em>, perpetuamente in fuga dal proprio passato. Egli scoprirà solo nell’epilogo il vero significato delle lettere che reca tatuate su una spalla: <em>O.T.</em>, che non stanno affatto per Otto Thostrup, ma per Odense Tugthus, la Prigione di Odense, dove egli era nato e vissuto da piccolissimo.<br />
Andersen definí “Solo un violinista ambulante” <strong>un fiore spirituale sbocciato dalla terribile lotta che si svolgeva nel suo animo per la durezza delle circostanze contro cui la sua natura poetica era costretta a misurarsi. </strong>In questo senso il brutto anatroccolo della situazione, l’adolescente Christian che “il Dio del suono” aveva baciato nella culla, non diventerà mai uno splendido cigno, ma kun en spillemand, solo un musicista ambulante, non tanto per mancanza di genialità o talento, quanto per mancanza di <strong>“fortunate circostanze”.</strong><br />
“Talent is nothing, except in fortunate circumstances”, aveva scritto Andersen a Jonas Collin nel maggio 1835. E <em>Il violinista</em> ruota, appunto, intorno all’eterno, angosciosissimo problema del Genio Incompreso e di come eventualmente evitarne lo Spreco.</p>
<p>Il brutto anatroccolo insegna che non importa tanto nascere in un recinto d’anatre, quanto uscire da un uovo di cigno. <em>Solo un violinista ambulante</em> tende a dimostrare, invece, che nemmeno questo è sufficiente. Bisogna che il brutto cignino, ancorché nato in un recinto d’anatre, sappia poi spostarsi nel milieu giusto, o abbia la fortuna di incontrare qualcuno che l’apprezzi e lo valorizzi, perché possa davvero diventare un magnifico cigno.<strong> E soprattutto: “Bisogna che Dio lo voglia!”, altrimenti non ci sarà sforzo umano che possa impedire al piú talentuoso degli uomini di rimanere un semplice musicista di strada.</strong></p>
<p><em>Il violinista, traduzione a cura di Bruno Sperani (pseudonimo di Beatrice Speraz), fratelli Treves Editori, Milano 1879. Dario Borso in “Dalle carte di uno ancora in vita”, Morcelliana, Brescia 1999, giudica la traduzione addirittura “inservibile, come si può desumere dal titolo” (pag. 41), ma sicuramente esagera. Ci sono molte inessatezze, molti toscanismi (“Al foco! Al foco!”, “Codeste le son cose che…”, eccetera), soppressione di vari dettagli, ma la sostanza è rispettata. </em></p>
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		<title>La mia vita coi libri</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 09:44:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>handrebarra</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fantasia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[I libri hanno costituito, forse, la parte principale della mia vita.
Io sono cresciuto fra il libri&#8230; i libri mi hanno invitato a conoscere posti dove mai, altrimenti, sarei andato.
Sfogliando i libri ho potuto visitare dei luoghi nemmeno mai pensati, mai esistiti. O forse, poiché sono solo esistiti nei pensieri dei loro creatori, ora sono diventati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I libri hanno costituito, forse, <strong>la parte principale della mia vita</strong>.</p>
<p>Io sono cresciuto fra il libri&#8230; i libri mi hanno invitato a conoscere posti dove mai, altrimenti, sarei andato.<br />
<strong>Sfogliando i libri ho potuto visitare dei luoghi nemmeno mai pensati, mai esistiti</strong>. O forse, poiché sono solo esistiti nei pensieri dei loro creatori, ora sono diventati eterni. O, almeno, vivranno fino a che qualcuno li ricorderà e li leggerà, li ricorderà.</p>
<p>I libri mi hanno accompagnato nelle mie malattie. Sono stati i ponti che <strong>hanno reso possibile un rapporto con i più grandi della mia famiglia</strong>, con mio padre che mi leggeva delle favole dopo pranzo, con la mia tata o pure con mia madre.</p>
<p>I libri mi hanno dato una forma mentis, mi hanno fatto crescere sognando che tutto può avere un finale felice &#8211; o, altrimenti, si aggiunge un altro volume a quanto già è stato scritto e si scrive una continuazione con un finale nuovo.</p>
<p><strong>I libri mi hanno insegnato che vale la pena sognare, che vale la pena credere, che vale la pena sperare.</strong></p>
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