Amo leggere, anche se a volte leggo troppo e trascuro il resto: gli amici, la casa, la palestra, i genitori e gli affetti più cari. Leggere mi rapisce, mi trasporta in un’altra dimensione, mi fa pensare e molto spesso mi spinge a scrivere. Leggere e scrivere, scrivere e leggere, un po’ come suonare, fare musica e ascoltare oppure dipingere e passare il tempo per mostre ed esposizioni.
Questo, sempre di più, accade in tutte le arti in cui possiamo avere la presunzione di cimentarci, di dire la nostra, di esprimerci. E questo anche grazie al Web, che ci ha offerto la possibilità di condividere e pubblicare i nostri diari, le nostre foto, i nostri video – non solo amatoriali, ma anche professionali.
E il modo in cui scriviamo, in cui ci esprimiamo, a volte ha il suono di una canzone, altra volte il rumore di una pacca sulle spalle – come quello di un poke – e altre ancora è una frase breve, un sussurro, anzi un cinguettio. Di cinguettii, frasi brevi non più lunghe di 140 caratteri (i famosi tweet) e di come un gruppo di Imprenditori Seriali (come suona male in italiano!) si siano inventati una piattaforma per convidere i nostri pensierini parla Shel Israel nel suo nuovo libro Twitterville.
Twitterville è il titolo dell’ultimo libro di Shel Israel e racconta la storia, la nascita e lo sviluppo di questa città digitale e cinguettante, a partire dalle idee e speranze dei suoi fondatori.
Se la blogosfera è, per l’appunto, una rete rotonda a maglia larga, Twitterville è un città, con strade ampie e alberate, centri commerciali, parchi, ma anche fatta di vicoli ciechi e quartieri malfamati.
Mi sono chiesto se abitassi a Twitterville – se cioè la città degli abitanti cinguettanti di Twitter fosse una città vera – che città sarebbe; certo è una città nata dal basso, si potrebbe dire, senza l’intervento di nessun Assessore all’Urbanistica o piano regolatore, ma semplicemente sulla base dell’affinità, dell’interesse, della sintonia presente tra le persone che vi abitano. Un’affinità scoperta a suon di piccole frasi, non più lunghe di 140 caratteri.
Il libro merita, vi consiglio davvero di leggerlo.
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